Conferenza stampa 18/8/2000
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SCAVI
E RICERCHE Dal 1993 il Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Padova e il CISAS (Centro Internazionale di Studi di Archeologia di Superficie) con la direzione del prof. A. De Guio conduce, nella cornice di un più ampio progetto-quadro di riferimento (“ALTIPIANO RISORSE”), diverse campagne di ricerche e scavi sull’area archeologica del Bostel di Rotzo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto e altri istituti di ricerca ed università italiani e stranieri (cfr. in particolare Nottingham e Boston). Gli studi, finanziati annualmente dall’Amministrazione Provinciale di Vicenza, sono stati orientati prioritariamente, specialmente nei primi anni, a definire una mappa predittiva delle risorse archeologiche del sito. Per il raggiungimento di questo obiettivo ci si è avvalsi di diverse tecniche incrociate: dalla teleosservazione (lettura a più livelli di immagini, dalle foto aeree a quelle satellitari) alle prospezioni (principalmente magnetometriche e georadar), dalla ricerca di superficie, all’analisi del microrilievo. Negli ultimi anni, partendo proprio dai dati forniti da queste ricerche preliminari, si sono aperte alcune aree di scavo, che hanno, progressivamente restituito risultanze analitiche di eccezionale interesse scientifico.Nel corso dell’ultima campagna, tenuta nel mese di luglio di quest’anno, si è riusciti, in particolare, a definire a grana più fine il valore e la consistenza di alcuni ritrovamenti-chiave: “CASETTA A”
SETTORE 1 Si è raggiunto, nel corso degli interventi di quest’anno, un livello più elevato di comprensione di questo straordinario complesso, costituito da un deposito pluristratificato nel quale è stato possibile identificare: a)una bonifica agraria di epoca storica, da attribuire verosimilmente proprio alle infrastrutturazioni agrarie settecentesche intraprese dall’abate A. Dal Pozzo, all’origine stessa della scoperta dell’area archeologica del Bostel; b)una casetta attribuibile alla Seconda Età del Ferro, fase-climax di frequentazione insediativa del Bostel, per ora individuata in una porzione d’angolo, ma che già restituisce notevoli materiali archeologici; c)un piano di frequentazione dell’Età del Bronzo Recente (mai evidenziato dagli scavi pregressi) , costituito da una estesa infrastrutturazione di un’area di calpestio su cui sono identificabili tracce di strutture capannicole, di focolari e di varie aree di attività (cfr. in particolare tracce diffuse di lavorazione del bronzo). SETTORE
2 SETTORE
3 Si tratta della grande novità di quest’anno.Si è infatti individuata una struttura protostorica alquanto complessa ed anomala (in funzione, se non altro, della pianta, delle rimarchevoli dimensioni delle pietre e della stessa posizione sommitale), di ancora non facile identificazione funzionale (forse non abitativa). Per una maggiore comprensione della struttura bisognerà aspettare la ripresa autunnale degli scavi archeologici.Interessante anche la casualità del ritrovamento dovuto alla rimozione dell’impianto del roccolo da caccia presente nella zona fino all’anno scorso.
Rotzo, al di là delle specifiche risultanze locali succitate e pregresse, che ne fanno comunque uno dei siti archeologici più importanti dell’arco alpino, si configura sempre più come un’entità nodale di una rete dinamica e multi-funzionale di flussi critici (nel tempo e nello spazio geografico, politico, ecomomico…) di risorse (naturali, umane, di conoscenza…) connotate da una connettività e da un dominio di applicazione sempre più sorprendenti, a scala spesso ultralocale, macro-regionale o anche “globale” (“world-system”). Appare quindi del tutto conseguente la “locazione centrale” del territorio in oggetto anche all’interno del più vasto progetto-contenitore “Altipiano-Risorse” (a largo spettro di tematiche eco-culturali), specialmente in riferimento ad alcune linee emergenti di ricerca, già articolate in specifici sotto-progetti operativi: a) SOTTOPROGETTO “ARCHEOLOGIA MINERARIA” (in
cooperazione con l'Università
di Nottingham) Del tutto eccezionali, in merito, appaiono innanzitutto proprio i ritrovamenti di un’ampia fascia transizionale fra Trentino e Vicentino (altipiani di Lavarone, Vezzena, Asiago), dove, in (apparentemente paradossale) assenza di risorse minerarie cuprifere, si svolgeva, con una concentrazione spazio/temporale (Bz. Recente/Finale) del tutto eccezionale in ambito europeo, uno specifico processo di allocazione a scala micro-regionale di un segmento critico del processo metallurgico (arrostimento/riduzione primaria, con produzione finale di pani di rame, a scala che potremmo definire, senza enfasi alcuna, come “proto-industriale”).
I siti di Rotzo (Longalaita, Bostel) e di Lusiana (M. Corgnon) si configurano, appunto, come vitali nodi logistici e di controllo dei flussi, funzionalmente e criticamente correlati, del metallo e della transumanza: per il Bostel, in particolare, appare addirittura attestata, seppure isolatamente, da analisi archeometallurgiche, la pratica del trasporto in loco di minerale arricchito per processi di arrostimento e riduzione primaria. In questa cornice di evidenze si configura come diagnostico, all’interno del territorio di Rotzo, lo stesso spostamento del nucleo insediamentale, nel corso del Bronzo Recente, dalla Longalaita (sito individuato di recente, su di uno sperone a precipizio sulla Val d’Astico all’altezza di Pedescala) al Bostel: lo scarto in linea d’aria di appena mezzo Km vale in realtà a marcare, nel tempo, il passaggio ad un superiore ordine di magnitudo in termini di gerarchia di controllo visuale del territorio (monitorato con icastica evidenza con modelli analitici da Sistemi Informativi Geografici.) in termini di controllo dei flussi succitati, con una locazione nodale alla convergenza di due importantissime arterie (valli dell’Astico e dell’Assa che conducevano, entrambe, alla micro-regione cruciale succitata di Lavarone-Vezzena). b)
SOTTOPROGETTI “ ARCHEOLOGIA DELLA GUERRA” E “FOSSIL
LANDSCAPES” L'idea-chiave è quella di far risaltare (su sofisticati supporti ipermediali) attraverso una serie comparata di immagini teleosservate (prebelliche, belliche e postbelliche: queste ultime comprensive di riprese dai satelliti Landsat, Spot e Sojuz) il fenomeno “GrandeGuerra” come uno dei processi diacronicamente più acuti e parossistici di cambiamento del paesaggio geografico dell'Altopiano (ossia una delle "impronte" antropiche più pervasive e profonde: Guerra come “target”). I "segni" della guerra , alquanto articolati nella loro estesa tipologia ed escursione di stadi di conservazione (dall’emergente al sepolto) , sono, al contempo, "oggetti" del più alto interesse archeologico, sia sul piano processuale ("formazione dell’archivio archeologico"), che e soprattutto sul versante operazionale-applicativo (problemi di recupero, conservazione, tutela, valorizzazione turistica...). La particolare superficie informativa offerta dal repertorio di foto belliche (ampia superficie disboscata, di qualità assolutamente eccezionale per isolare paleo-tracce teleosservative propriamente archeologiche) e la loro qualità (buona risoluzione, ottima georeferenziabilità) consentono inoltre un uso sperimentale, in larga parte inedito, di applicazione delle tecnologie di frontiera della ricerca archeologica (GIS, Virtual Reality, Simulazione fotorealistica…: : Guerra come “filtro” verso il passato archeologico). E’ in quest’ultimo contesto operazionale, in larga parte inedito, che l’Altipiano si configura come una delle istanze più promettenti e paradigmatiche per l’emergente ricerca di frontiera rappresentata dai filoni dei c.d. “Paesaggi Fossili “ e della “Archeologia Fuori-Sito”. Si tratta, in sintesi, di processi di riconoscimento teleosservativo, su serie di immagini remote multi-temporali, multispettrali, multiscalari di diverse classi di evidenze infrastrutturali (connettività, idraulica, terrazzamenti, land-divisions…) legati a particolari nicchie ecozonali in cui il record archeologico appare eccezionalmente preservato, restituendo paesaggi quasi "congelati nel tempo", con incorporazione minimale di rumore post-deposizionale. Nel nostro caso queste istanze sono rappresentate, ad esempio: a) a Rotzo: cfr. l’ intricato tessuto di strutture e infrastrutture (intrasito, ma anche fuori-sito) che, con una complesso processo di incrocio e “sovrapposizione interattiva” di strati informativi hanno restituito la mappa predittiva del villaggio della Seconda Età del Ferro e del suo circondario prossimale, che ora ci si sta ricognendo e, in parte, scavando; b)
su tutto l’Altopiano: cfr. il fitto reticolo di connettività
(“strade” e percorsi strutturati vari, dalle calà
alle cavallare, ai tratturi, ai boali…),
confinazioni, terrazzamenti, drenaggi, pozze
d’alpeggio…etc., di palinsestica ed enigmatica costruzione
multi-secolare (di età preistorica e storica). Si tratta,
essenzialmente, di “infrastrutture di rete”, di norma
marginalizzate dalla ricerca archeologica corrente, ma ora
soggette (anche sull'onda modale della c.d. "Off-Site
Archaeology") ad una attribuzione di
crescente "valore aggiunto": esse risultano
inoltre spesso criticamente
connesse ad altre (infra)strutture produttive,di rilevanza
archeologica o etno-archeologica, ad es. ad es. malghe, calcare,
carbonare, impianti metallurgici…: affascinanti ed
emblematici, al riguardo, sono i ritrovamenti in corso, presso
l’Ossario di Asiago, o sull’altopiano di Vezzena. La sempre
più evidente epidemica diffusione di questa classe di
ritrovamenti rende, al contempo, queste evidenze sovraesposte ad
un'estesa tipologia di impatti ambientali (da quello agrario, o
di management
boschivo, a quello edilizio), con frequenti occorrenze di
“impatto di rete (attuale)
su rete (antica)” e un conseguente, sistematico e spesso drammatico conflitto
di risorse (da amministrarsi nei termini operazionali di una
moderna politica di Risk
Assessment ed Eco-Cultural Resource Management c)
SOTTOPROGETTO “TOPO-GIS” Si tratta di una etichetta (allusiva e auto-ironica) che individua un approccio innovativo, estremamente serioso e ambizioso (che si avvale, in particolare di varie tecniche analitiche spaziali, di GIS, modellazione e simulazione fotorealistica, Realtà Virtuale…) alla toponomastica in chiave spaziale e cognitivista (“archeologia della mente”): lo strato toponomastico (caratterizzato, fra l’altro, dalla ben nota componente ‘cimbra”) viene valutato come una peculiare “superficie di risorse”, caratterizzata da una complessa dinamica temporale, spaziale e funzionale, a sua volta connotata da specifiche condizioni al contorno legate non solo alla gestione del consenso, ma spesso anche all’amministrazione di istanze di conflitto ( ad es. in termini di rivendicazionismo territoriale o di micro-contenziosi locali) fra attori sociali individuali e collettivi concretamente posizionati sulla scena storica (presente e passata) autoctona ed ultra-locale. Il progetto è allo stadio proprio iniziale e aperto alla collaborazione fra archeologi, toponomasti, storici delle tradizioni popolari, geografi e psicologi cognitivisti.
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