Visita "virtuale" dell'Archeopercorso del Bostel di Rotzo

 

Gli scavi archeologici di G. Pellegrini (1912): la "sala del trono"


Nel 1912 Giovanni Pellegrini, come egli stesso scrive nel suo resoconto di scavo, stabilisce di compiere una campagna di indagini sistematica sulla "stazione preromana" del Bostel. Pellegrini, allora a capo della Reale Soprintendenza ai Musei e Scavi Archeo-logici del Veneto, affida l'incarico ad Alfonso Alfonsi, "soprastante" del Museo di Este:

"in conformità dello scopo che ci eravamo prefissi, esplorare cioè per quanto fosse possibile tutta l'area del Bostel, numerose trincee vennero aperte, al sommo dell'eminenza e sotto di essa, specialmente verso i margini della Val d'Assa."
I risultati non furono quelli sperati: tutta l'area, infatti, aveva subito numerosi cambiamenti dovuti ad un notevole impatto agrario, dovuto dalle coltivazioni a terrazze, i muretti di contenimento delle quali erano spesso stati costruiti con i massi, i sassi ed i residui dei muri delle antiche abitazioni. Non fu riportata alla luce nessuna pianta integra, tranne una, situata sul terrazzo più alto del Bostel, in posizione do-minante rispetto ai piani sottostanti: è la cosiddetta "sala del trono", così chiamata dal Pellegrini a motivo della sua struttura e della sua locazione. 
La "sala" presenta una pianta rettangolare con una lunghezza da nord a sud di
circa 8 metri e larga circa 4; come tutte le altre abitazione presenti sul sito è una struttura seminterrata con muri a secco e presenta una risega che corre lungo i lati nord ed est: vi si accede da un ingresso situato nell'angolo sud-ovest con gradoni posti in discesa. Il pavimento era in argilla pestata, framezzato da ciottoli e sassi di piccola pezzatura: la presenza di file regolari di pietre sul pavimento fa pensare che il loro scopo fosse quello di sorreggere una "pedana" rialzata fatta di legno. Verso il fondo della sala venne rinvenuto
"un grosso macigno tondeggiante, posato in terra so-pra un piccolo strato di sassi e sostenuto, dove le mancanza del blocco lo richiedevano, da altri sassi e ciottoloni. Alcune pietre disposte in giro, a partire dall'angolo ovest della platea rilevata fanno supporre che attorno al macigno corresse una specie di gradino."

Questo macigno per il suo rinvenimento certamente in situ, date le sue note-voli dimensioni, potrebbe essere pensato, per la sua collocazione verso il fondo della sala, presso il piano sopraelevato in legno e presso la nicchia sulla parete est che avrebbe potuto ospitare il seggio, presumibilmente in legno, dell'autorità, come un altare od una pietra sacra, vicino o per mezzo della quale il capo esercitava il suo potere.

"Con tutta probabilità l'ambiente da noi scoperto era il principale della reggia, se così è lecito chiamarla, del capo del Bostel, formata forse da un complesso di capanne isolate l'una dall'altra o congiunte da piccoli corridoi situati nel soprasuolo; quello dove egli teneva le sue adunanze ed esercitava il potere politico e religioso insieme, di cui era rivestito. La banchina a sedile sui due lati della sala, la platea sopraelevata di legname, lo spazio libero dinanzi ad essa, sono particolari che si attagliano ottimamente per tale scopo, e non pare fuori di luogo immaginare che quella specie di incastro o nicchia, riscontrata nella banchina della parete est della sala fosse destinata ad accogliere il trono, verosimilmente un modesto seggio di legno, sul quale il capo s'assideva."


E' andato completamente perduto quello che poteva essere la struttura dell'alzato della sala, che molto probabilmente, doveva essere fatto quasi completamente con pali e mezzi pali di legno, frasche, paglia, strame e argilla battuta. Il Pellegrini sostiene, inoltre, come questa struttura abbia una strettissima analogia con una delle capanne sul monte Loffa nei Lessini scoperta dal De Stefani: le capanne erano costruite quasi interamente allo stesso modo, tranne per la qualità e la forma del tipo di pietra usata, che forse potevano dipendere semplicemente dalle conformazioni geologiche locali. Dagli altri saggi di scavo non risultò nessun'altra pianta integra di qualche altra struttura abitativa: furono messe in luce numerosi resti di case con pavimenti in argilla gialla pestata mista a sassolini, coperti da abbondanti resti di cenere, carboni e resti di manufatti. Altri saggi furono aperti lungo il versante che si affaccia sulla Valdassa: si rinvennero struttura murarie, delle quali alcune delimitavano ambienti regolari larghi circa 4 metri ed altri larghe circa un metro, forse adibiti a magazzini e ripostigli per derrate alimentari. La maggior parte di queste strutture era però rovinata dai notevoli crolli e dalle frane che si erano succedute sulla parte meridionale del pendio del Bostel. Da questi resoconti di scavo si può ritenere che,

"contrariamente a quanto lasciò scritto il Dal Pozzo, non ogni casa formava un isolato a sé, ma invece, dove era possibile, esse si raccoglievano anche in gruppi, distendendosi, ai lati di strette vie, in file compatte su per il breve declivio del Bostel. Di fatti, dai dislivelli dei pavimenti apparsi nelle varie trincee, è lecito concludere che ben tre ordini di abituri e di costruzioni si succedevano l'uno sull'altro su questa parte del monte." Purtroppo di tutte le strutture scavate dal Pellegrini sulle pendici meridionali del Bostel, situate di fronte alla Valdassa, manca completamente qualsiasi tipo di documentazione planimetrica, fatta eccezione per la "sala del trono".

Il materiale ritrovato, specialmente nello strato terroso-carbonioso che ricopriva il piano delle capanne, non risultò molto abbondante, ma fornì numerose informazioni dal punto di vista cronologico. I manufatti fittili rinvenuti furono suddivisi in due categorie: ceramiche con impasto grossolano (con impasto nero-grigio e bruno-rossastro, lavorate a mano libera, spesso lisce, qualche volta con ornatura a cordicella, rilevati ondulati, ornati lineari a triangoli o zig-zag) e ceramiche di impasto fine (lavorate alla ruota di colore cinereo rossiccio-bruno con iscrizioni e sigle, forse di importazioni da centri di pianura). Vennero inoltre ritrovati diversi manufatti metallici come, ad esempio, fibule, pendaglietti in bronzo, un'ascia di ferro, uno scalpello ed un raschiatoio. Tutti questi reperti, prima depositati presso il Musei di Asiago, vennero poi trasportati presso il Museo Nazionale Atestino, riuscendo così a non essere dispersi o distrutti durante il bombardamento dell'Altopiano durante la prima guerra mondiale.